Dentro il vagone di un treno regionale veloce – anche se veloce è una parola grossa – che mi sta accompagnando da Roma a Perugia credo ci siano 30°. Un caldo infernale soprattuto se rapportato all’aria frizzantina delle 8 del mattino di una primavera che non ne vuole sapere di arrivare. Eppure siamo qui dentro, in tanti e senza lamentarci.
Mi piacerebbe dire – viste le poche ore di sonno in corpo – che ci sia un religioso silenzio, in realtà di religioso qui c’è tanto ma di silenzio ben poco.
Il vagone è pieno di fedeli in viaggio verso Assisi e poi ci sono io, che in mezzo a tanta religiosità mi sento come una bestemmia che riecheggia in eterno, che proseguirò il mio viaggio fermandomi due fermate più in la in direzione del Festival del Giornalismo di Perugia.
Ma a prescindere dalla nostra destinazione, io ed i miei “fedeli” compagni di viaggio, percorreremo insieme 180km in 2 ore e 40 min, un sacco di tempo per una tratta così breve.
Il treno è quasi pieno, non ci sono quasi più posti a sedere ed oltre al caldo c’è anche un nauseante odore di gasolio e pelle sintetica nel frattempo sul pavimento giacciono – chissà da quando – frammenti di colazioni passate che aspettano di riprendere vita. Mentre vi scrivo il sole si alza e so bene che tra un po’ il caldo diventerà ancora più asfissiante tanto da costringermi ad unirmi alla preghiera dei miei compagni sperando che spengano presto questi maledetti riscaldamenti.
Vi racconto di un treno sporco (almeno il mio, so che c’è chi ha viaggiato negli stessi giorni e sulla stessa tratta su treni puliti), lento, rumoroso con condizioni ambientali al sapore di tortura ma comunque pieno di gente. Gente che, come me, ha pagato una cifra intorno ai 12 euro per arrivare a destinazione, armata di libri, giornali, smartphone, tablet e tantissime bibbie per ammazzare il tempo.
Quando ieri sera ho capito che non avrei potuto prendere il treno delle 6 – sarà che vado verso i 40, fatto sta che ogni anno la mia necessità di sonno aumenta di una piccola percentuale –  ho avuto la possibilità di scegliere tra una decina di alternative. Ho scelto la più comoda: nessun cambio e tempi di percorrenza digeribili.
In definitiva, nessuna condizione ottimale, ci sarebbe tanto da migliorare ma spostarsi verso le “aree interne” del centro non è un delitto, magari può un po’ mortificare l’utenza se rapportata alle frecce di Trenitalia ma alla fine scegli il mezzo che preferisci, scegli l’orario più comodo e vai.
In questi giorni in Sicilia non si fa altro che parlare di infrastrutture e di una regione tagliata in due dalla caduta di un ponte.
In un momento in cui i numeri della crisi citano in giudizio il Sud urlando “Vergogna”, la beffa è arrivata e senza un briciolo di rimorso ha dissotterrato le prove di anni di incuria e menefreghismo aprendo la strada a populismo e propaganda. Partono i proclami e le promesse da parte di sindaci e governanti: “porteremo tratte aeree interne in Sicilia”.
Una soluzione veramente saggia – sarcasmo. Peccato che ci avesse già pensato anni fa Air Sicilia – compagnia aerea poi fallita – che a sue spese era arrivata alla conclusione che fosse una “la stronzata del secolo” (cito letteralmente le parole del fondatore di Air Sicilia) in quanto gli utenti (in media 2 per tratta) respingevano l’offerta in quanto erano costretti a spendere più di 3 ore del loro tempo tra navette, checkin, recupero bagagli, imbarchi, etc… il tutto per fare fronte a 20 minuti di volo.
Nel frattempo sui social, leggo amici osannare i nuovi treni di Trenitalia che accompagnano i pendolari tra le due metropoli siciliane: “finalmente un treno collega Catania a Palermo, gente felice che chiacchiera e si confronta…”. Tralasciando il mio pensiero personale per cui non credo che un treno abbia mai fatto felice nessuno, mi vorrei soffermare più sulla parola “finalmente”.
Anche il treno Catania-Palermo in realtà c’è sempre stato solo che non lo prendeva nessuno. Pochi mesi fa, Regione Sicilia e Trenitalia avevano deciso di dismettere quella linea e per raggiungere in treno Palermo da Catania dovevi effettuare un cambio a Messina impiegando ben 6 ore (più o meno come nel tanta aereo). Da quel momento quei pochi che utilizzavano il treno sono passati all’unica alternativa possibile: il trasporto gommato delle varie compagnie siciliane delle quali (credo) nessuna a partecipazione pubblica che ogni ora attraversavano la tanto discussa A19.
Ma torniamo ai nostri treni: l’unica vera novità a rotaie è che il treno è un Minuetto (sicuramente più dignitoso delle carrette del primo dopoguerra usate fino a pochi mesi prima) che non fa fermate intermedie: in pratica una versione depotenziata del freccia rossa che potremmo definire ironicamente “FLECCIA ROSSA” così come si chiamava in dialetto la fionda autocostruita con cui giocavamo da bambini. (http://scn.wikipedia.org/wiki/Fleccia). Ovviamente le cose – che siano belle o brutte – in Sicilia si fanno a metà e ancora una volta Regione e Trenitalia hanno dimensionato male il treno che in realtà non riesce a gestire il numero di utenza così da costringere molti a viaggiare in piedi per 3 ore. Ma a questo si fa fronte in maniera semplice. Aggiungi un paio di vagoni e via.
Il mezzogiorno tutto e non solo la Sicilia hanno un grave problema legato alle infrastrutture e diversi studi hanno teorizzato che ci sia un reale volere politico ed economico nel mantenere questo disagio.
C’è infatti chi sostiene la tesi politica: il Mezzogiorno è un bacino di voti, lasciamoli nel disagio e poi scendiamo giù al momento delle elezioni carichi di promesse.
C’è chi sostiene la teoria che il Sud sia il Bancomat del Nord; teoria secondo cui l’intera economia dei consumi si fonda su una parte che deve produrre ed una parte che deve solo consumare. L’economista Paolo Savona in uno studio pubblicato sulla rivista Terra dichiara che su 100 € di spesa fatta dai cittadini residenti nelle regioni del Sud, ben 72 € sono di beni e servizi di aziende con sede legale al Nord. Tesi che trova valore nei problemi ci collegamento tra le aree del sud per cui per raggiungere in treno Trapani si impiega lo stesso tempo che si parta da Ragusa o da Roma: circa 15 ore.
Non credo ci sia bisogno di super economisti per capire come questo si ripercuota sull’economia locale.
Ma il motivo del mio post e del mio sfogo non era quello di addentrarmi in colorite teorie fatte di numeri, equazioni e previsioni, ma quello di rivolgere una domanda ai miei conterranei:
A fronte di quanto elencato prima, in un momento in cui – vuoi per moda o per reale sensibilità – si comincia anche in Sicilia a fare fronte al problema della mobilità sostenibile, siamo sicuri che il reale problema sia l’assenza di “alternative”?
Prima di puntare il dito contro i governi e le amministrazioni pubbliche – che hanno comunque un’assoluta responsabilità nel disastro che ci sta inghiottendo – dovremmo chiederci se saremmo veramente disposti a frugare nelle tasche dei nostri pantaloni o dentro le nostre enormi borse, prendere le chiavi delle nostre auto e posarle sul comodino all’ingresso prima di uscire da casa.