Più che un post, è una lettera di risposta all’articolo di Riccardo Luna su Che Futuro dal titolo: Sud, gli innovatori possono davvero fermare il declino? Dimostriamolo.

Caro Riccardo,
sabato scorso, Antonio Perdichizzi ha rilanciato sui social un tuo articolo che reagiva al brusco risveglio che tutti noi abbiamo accusato dopo aver letto i drammatici dati Svimez. Ho criticato in maniera forse troppo dura l’articolo perché, come già detto, sono stanco di iniettarmi e farmi iniettare dosi di ottimismo per godere di uno sballo che dura poco.
Ma devo anche ammettere che il processo del racconto, della buona pratica, se pur drogato di entusiasmo, ha sicuramente educato ad una cultura d’impresa che non teme l’errore e che non demonizza il fallimento.

Come ben sai, ho portato anche io la bandiera del mezzogiorno per più di tre anni. Ero carico di ottimismo e raccontavo di una terra in cui l’assenza di tutto si trasformava in opportunità citando spesso un antico detto siciliano che dice “‘ndo paisi ill’orvi cu avi n’occhiu è re” ovvero “Nel paese dei ciechi chi ha un solo occhio è un re“.

Ho raccontato del Sud come un grande libro che narra di una terra meravigliosa e delle emozionanti pagine bianche tutte da scrivere che la mia generazione si è trovata davanti voltando pagina.

Ho raccontato del Sud di chi con impegno e sacrificio ha costruito qualcosa portandola avanti nonostante tutto.

Ho raccontato del Sud ricco di filantropi e visionari.

Ho raccontato del Sud delle comunità artistiche, della nuova agricoltura, del buon cibo e della sostenibilità.

Ho raccontato della mia “Italia al contrario” dove le buone pratiche dell’innovazione sociale proprio al sud trovano la loro migliore applicazione.

Lo hai fatto anche tu, lo ha fatto Antonio Perdichizzi nel mondo delle Startup e delle imprese, lo ha fatto Umberto di Maggio con Libera, Andrea Bartoli con FARM, Giulio Vita con la Guarimba, Roberto Covolo con ExFadda, Cristina Alga con Clac, lo hanno fatto e lo fanno ogni giorno in centinaia.

Lo abbiamo fatto, ognuno a suo modo. La cosa importante è che oggi possiamo fare i conti con i risultati: nel bene e nel male.

Prendiamo il caso dell’innovazione tecnologica.

Tu stesso hai pubblicato un libro che, da un lato, è stato d’ispirazione per alcuni aspiranti ingenui imprenditori – o come li abbiamo etichettati noi italiani: gli “sturtupper”- dall’altro ha rappresentato per alcuni una sorta di report leggibile degli “Stati Generali dell’Innovazione in Italia nel 2012”.  Il fatto che, due anni dopo, le poche realtà meridionali degne di essere citate siano – o quasi – le stesse contenute nel libro, ci fa capire che tutto questo volano di crescita abbia avuto troppi attriti ambientali e quella debole spinta abbia coinvolto solo pochi che, in buona o cattiva fede, hanno visto crescere se stessi ma nessun “territorio“. Un risultato parziale che ci vede in pareggio ma che rischia di vederci sfiancati nel secondo tempo.

Il fatto (tangibile) che, a differenza di dieci anni fa, un giovane neolaureato del Sud oggi pensi con più facilità di fare impresa, non lo traduco ancora in cambiamento. Sicuramente dieci anni fa non bastavano investimenti sotto i 50000 euro per fare impresa, ne occorrevano molti di più. Oggi fare impresa “sembra” essere più accessibile ma in realtà non è così e la longevità di tutte queste startup ne è la prova. Qualcuno ha mai quantificato il valore economico dei flop degli innovatori degli ultimi tre anni? Secondo me andrebbe fatto, giusto per capire la quantità e la qualità del danno economico e sociale provocato dal “fenomeno”. Abbiamo forse agito da attivatori di un processo, ma l’ambiente, che dovrebbe fungere da catalizzatore, da accelerante in realtà fa da inibitore.

Il risultato di tanto entusiasmo, a mio avviso, è un sistema economico costituito in parte da neo micro e piccole imprese totalmente drogato, un sistema che non fa che danneggiare l’intero territorio in cui questo pone le basi facendo focalizzare le risorse – sia microeconomiche che umane – su progetti che per colpe, non per forza legate al modello di business, rischiano di essere senza futuro, senza visioni lucide. Fare impresa non può essere l’alternativa alla disoccupazione: non tutti sono in grado di essere imprenditori allo stesso modo in cui non tutti possono essere architetti o cuochi o astronauti.

Ma torniamo al nostro Sud.
Se qualcuno diceva ironicamente che “fare impresa è un’impresa“, posso confermarti che fare impresa nel Mezzogiorno oggi è proprio un atto eroico.

I dati Svimez, per noi che al Sud ci viviamo, non sono allarmanti: sono solo una dura e amara presa di coscienza, un confronto con la metrica greca che ci fa sprofondare ancora più giù.
Per come ci siamo svegliati sabato mattina, sembra quasi si possa parlare di “emergenza Mezzogiorno“. Un’emergenza è un evento con un inizio perfettamente identificabile e con una prospettiva di fine abbastanza prossima.
Noi stiamo parlando di un processo che dura da decenni, di un immobilismo politico, ciclico, professato da tutti i governi – di destra e di sinistra – che si sono susseguiti sia a livello nazionale ma soprattutto regionale.

Gli ultimi, quelli correnti, sono forse i peggiori.

Concordo in pieno con quanto dice Francesco Tassone, lasciamo da parte l’orgoglio e, per primi noi terroni, prendiamo il Sud per quello che è: “un’area geografica fortemente sottosviluppata“.

Per questo #ilsudsiamonoi mi offenderebbe. Non ci serve un momento di solidarietà e di sdegno alla #jesuischarlie da dimenticare con la prossima prima pagina (lo dimostra il fatto che il caos di Fiumicino sia la vera notizia della giornata di ieri). Non ci servono le immagini di profilo su FB con la trinacria al posto di quella greca. Serve solo che ci sia data la possibilità di recuperare le conseguenze di una colpa che non ci appartiene, di dimostrare che siamo e generiamo valore esattamente come qualsiasi altro italiano.

A differenza di quanto possa sembrare dalle mie parole, non ho smesso di crederci, continuerò a portare la bandiera del Sud, continuerò a raccontarla, ma in maniera diversa, meno entusiasta e più analitica. Credo sia arrivato il momento di alzare l’asticella della complessità, di cominciare a pensare in modo più analitico.

Quello che è stato fatto ha generato qualcosa ma purtroppo è chiaro che non basta

Un “racconto” può risultare uno sterile input se non siamo in grado di permettere agli output di sopravvivere.
Pensiamo atti concreti, eseguiamo analisi complete e trasparenti, coinvolgiamo e partecipiamo.
Invece di celebrare i casi “vincenti” dovremmo provare ad analizzare con cura cosa ha funzionato e cosa no per ognuno di loro, ricordandoci sempre che questa non è l’America, non è la Silicon Valley e che questo “non è un paese per innovatori” solo perché qualcuno ci sta negando il fatto che possa diventarlo. 

Abbiamo identificato il punto zero. Cominciamo da qui.

Chi vive qui non ha bisogno di capire cosa serve, lo sa già. Sono le stesse cose che suggeriva Tassone nel suo post: “Detassazione, deregolamentazione, decontribuzione e massicci investimenti in infrastrutture soprattutto materiali (strade, porti, reti di distribuzione etc.), meritocrazia attraverso il licenziamento degli incompetenti che siedono in posti da mega dirigenti.”

Secondo me è arrivato il momento di spegnere la “giostra” degli innovatori, farli diventare protagonisti del cambiamento di tutti, farli pensare a politiche reali per fare la differenza. Ma tutto questo, come sottolineava giustamente Saviano nella sua lettera al Presidente del Consiglio, dobbiamo farlo presto.