Nonostante sia domenica, questa mattina mi sono svegliato abbastanza presto ed in maniera decisamente malsana e forte delle abitudini dettate dalla routine, come prima azione del giorno ho dato un occhio al telefono. La prima cosa che ha attirato la mia attenzione è stato un tweet del Prof. Faraci che, più mattiniero di me, rimandava al report della Startup Europe Week Catanese pubblicato sul sito Vulcanic.
Ci tengo a precisare che, nonostante il titolo possa sembrare polemico (ma mi piaceva troppo), con questo post non voglio criticare l’operato svolto durante la SEW anzi, essendo stato costretto – mio malgrado – a declinare l’invito a causa di impegni lavorativi, vorrei offrire il mio punto di vista soprattutto alla luce dei dati emersi che reputo abbastanza allarmanti se analizzati da punti di vista differenti.
Forse più report che agenda, il documento generato da questo tavolo è – ahimè – un altro elenco puntato dello stato di salute dell’ecosistema startup nostrano e non, come mi sarei auspicato, un’analisi del perché il nostro ecosistema non cresce anzi, sotto determinati indici, tende a regredire.
A monte di tutto va detto che il dato a mio avviso più allarmante è che l’istantanea fotografata da questo incontro è quasi identica a quella riportata – da altri attori ed in altre circostanze – tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013. Tre anni nel mondo dell’innovazione rappresentano un’era e il fatto che poco sia variato lascia intendere che il problema è molto più profondo di quanto si pensi.
Ma procediamo punto per punto.

Esiste un ecosistema per le startup a Catania, ma non è ancora all’altezza delle aspettative

Già dal primo punto si notano le analogie con il 2012.
L’ecosistema c’è ma non cresce. Le startup son sempre quelle, ne nascono pochissime e resta elevatissimo il numero di progetti che non vede la luce.
Quello che, secondo me, andrebbe analizzato in profondità è l’indice di “aborti” delle startup.
Qui non si può parlare di mortalità perché forse il 90% dei progetti nati a Catania non vanno oltre ad una decina di slide in power point e probabilmente non arrivano neanche all’apertura di una Partita IVA. Queste Startup non muoiono, non sono i cosiddetti zombie (startup che non sono nelle condizioni di morire ma neanche di crescere continuando a vivere al limite del fallimento), queste startup non nascono proprio ed il mercato non arrivano neanche a testarlo.
Forse sarebbe più opportuno analizzare quali siano le motivazioni per cui l’entusiasmo nei confronti di un progetto muore ancora prima di lanciare il primo gemito nel mondo del business reale.
Un indizio potrebbe essere legato al fatto che quasi tutti i progetti di (proto)startup sono esclusivamente figli di competition universitarie o di call for ideas (prime fra tutte quelle lanciate da WCAP).
Finito l’hype, soprattutto per chi non vince, il progetto si limita ad esistere su una cartella condivisa in cloud da un team di ragazzi che stanno già pensando ad altro.
Sono veramente poche le realtà che “esistono a prescindere” e che partecipano a queste Call for Ideas per avere uno strumento in più per raggiungere degli ambiziosi obiettivi.
Sono ancora meno le realtà che nascono in questi “vivai” occasionali e che vanno avanti a prescindere dagli esiti delle competizioni.

Si tratta di un fenomeno bottom-up ed essenzialmente spontaneo, capace più di far nascere che di far crescere e sviluppare le imprese.

Che sia un fenomeno bottom-up è più che chiaro, ma non può essere solo questo, anzi, reputo allarmante che sia solo questo. In un ecosistema sano non possono mancare spin-off aziendali e universitarie che non credo rappresentino la massima espressione del bottom-up. Ma dire “bottom-up” è un must che non può mancare nello storytelling di questo periodo storico.
Le motivazioni del perché “nascono ma non crescono” credo siano intrinseche dei punti snocciolati dopo.
Il contesto locale mostra segnali positivi tanto da risultare interessante all’occhio di osservatori esterni; tuttavia sono molti i margini di miglioramento.
Altro dato allarmante: la situazione è invariata dal 2013.
Qualcuno di voi dovrebbe ricordare l’investor day, promosso da Antonio Perdichizzi alla fine del 2012, in cui i principali investitori italiani si riunirono a Catania per ascoltare i progetti provenienti da tutta la Sicilia. L’ecosistema catanese ambisce da anni a diventare la Startup City del mezzogiorno – ne sono io stesso promotore disilluso – ma non lo è mai diventata. Perché? Cosa è mancato? A mio avviso è mancata continuità, quello che doveva essere l’ecosistema di tutti i giovani innovatori si è spesso trasformato in una piattaforma di visibilità disponibile per i pochi che per merito, fortuna o furbizia sono riusciti a raccoglierne qualcosa (ahimè quasi sempre gli stessi).
Varie fonti affermano che negli ultimi due anni si è registrato un trend di miglioramento sia quantitativo, sia qualitativo delle startup e dei progetti di impresa nati nell’ecosistema locale.
Non credo ma citiamole queste fonti. Il trend a mio avviso è stabile, le startup di livello c’erano già nel 2013, ci sono anche oggi e sono più o meno le stesse e molte allo stesso livello di prima. Poniamoci invece qualche domanda sul perché molte di quelle più interessanti oggi facciano base a Roma o Milano (anche se spesso – un po’ per furbizia – si fanno ancora spacciare per catanesi). Chiediamoci come mai quelle che son rimaste hanno fatto passi piccolissimi e quasi insignificanti rispetto al tempo trascorso.
Guardando alla città come a un puzzle, i pezzi sembrano esserci tutti (incubatori, acceleratori, università, banche, settore produttivo, leggi e programmi) anche se al momento si dispongono sul tavolo in modo disordinato e sconnesso.
Anche io sono un eterno romantico ma diciamo le cose per come stanno. Tolti gli eventi e questi momenti di incontro che, anche se possono sembrare inconcludenti ai fini pratici, danno sempre spunto di riflessione e confronto,  il sistema è totalmente sconnesso e oserei dire disinteressato.
L’ecosistema catanese è ancora allo stadio primordiale di evetificio. Non ci sono sinergie reali o buone pratiche da mettere in cantiere, ci sono semplicemente lunghe e più o meno prestigiose passerelle da cui si sale e si scende.
La spinta alla crescita delle startup locali è nel loro saper costruire un dialogo con l’economia tradizionale, con gli asset tipici del territorio. Dal commercio, al family business, all’impresa sociale.
Spero di aver interpretato male il concetto nascosto tra le righe di una così bella frase ma alla base del nuovo modello startup dovrebbe esserci proprio lo scardinare un sistema economico tradizionale non più sostenibile. Saggio, a mio avviso, il suggerimento del puntare sugli asset territoriali ma prima bisogna capire quali questi siano in realtà (Agricoltura? Food? Turismo? Cultura?) e quali sono i muri culturali contro i quali ci si deve scontrare (Change Management).
Un valore aggiunto sta nella loro capacità di generare impatto e innovazione, anche oltre il concetto dell’innovazione tecnologica e abilitante propriamente intesa.
Occorre evitare di vendere miti, di incentivare mode o forme di assistenzialismo 2.0 attraverso premi e risorse scollegati da percorsi o processi di accompagnamento e crescita strutturati, o un perseverare nella logica del finanziamento a fondo perduto.
Due punti che mi vedono perfettamente d’accordo. Finalmente qualcuno lo mette nero su bianco.
Credo non ci siano tanti dubbi sul fatto che questo non è un paese per unicorni. La #onebillioncompany non può nascere a Catania, non può nascere in Sicilia, non può nascere in Italia. Manca la base per un’economia di questa scala. L’unica effetto in cui possiamo sperare è che qualcuno da fuori ci prenda e ci porti via, consci del fatto che questo genere di operazioni non produrrà ricchezza in Italia ma altrove. Le nostre startup non possono rincorrere il mito della Silicon Valley senza andare in Silicon Valley. Qui ci sono economie diverse e sarebbe opportuno che, chi promuove questi modelli, lo faccia presente non alimentando sogni irrealizzabili ma parlando in termini concreti e fattibili, che non sono sconfortanti, tenendo presente che il benessere indotto da un’economica in ripresa ha impatti miracolosi su tutto il sistema (vi invito a leggere Enrico Moretti a riguardo).
Occorre prendere coscienza del ruolo dell’ecosistema locale nel contesto più ampio, in una prospettiva glocale, capace di mettere in relazione l’esperienza di Catania con quelle di altri poli di innovazione, quindi infrangere il provincialismo e creare ponti per l’ascesa delle nostre startup. Occorre far dialogare le grandi aziende con le startup, affinché le une non cannibalizzino le altre e così nuovi processi e modelli produttivi e di investimento possano essere sperimentati insieme.
Un ecosistema isolato è destinato a morire, su questo non ci piove. Ma un ecosistema deve essere popolato da varietà diverse e da noi mancano le sequoie. Da noi mancano le grandi aziende e quelle che ci sono risultano poco interessate o incapaci di produrre valore dal potenziale di questi nuovi servizi. Sempre nell’ottica della continuità, ho visto grandi aziende finanziare startup per poi non metterle nel portfolio servizi anzi andando in piena concorrenza con loro fino quasi a distruggerle.
Occorre dotare l’ecosistema di strumenti abilitanti: oltre ai fondi e alle risorse, tutto sommato più disponibili adesso rispetto al passato, occorre sfruttare i luoghi dove promuovere queste complementarietà (non solo incubatori, ma anche contratti di rete, consorzi, partenariati strategici, ecc…).
Già al solo pensiero di partenariati, contratti di rete, consorzi mi viene l’orticaria. Sono questi i fattori disabilitanti del vecchio modo di fare economia. Sistemi generatori di gerarchie opportuniste e lobby (intesa nella più negativa delle sue interpretazioni). A mio avviso i pilasti fondamentali sono quattro e se mancano questi è inutile anche provare.
Fondi. L’accesso al credito è impossibile ed i capitali di rischio sono una leggenda simile a quella di Colapesce.
Università. Mi sembra assurdo che, tolta l’intraprendenza di pochi docenti illuminati, l’Università di Catania sia quasi del tutto assente o addirittura in competizione con l’ecosistema imprenditoriale spontaneo.
Angels. Dove essere Angels non significa far scivolare soldi su un tavolo ma soprattutto scommettersi e aprire quella dannata rubrica telefonica per creare opportunità.
Acceleratori/Incubatori. Apriamo gli occhi un attimo e chiamiamo le cose con il loro nome: incubatori e acceleratori non sono templi sacri dell’innovazione pro bono ma sono attività di business. Correggetemi se sbaglio ma credo (e non ci trovo nulla di male) che lo stesso Vulcanic sia uno strumento costruito con l’ottica di vendere servizi e non di volontariato allo stato puro.
Stiamo parlando di “affari” (o per dirla bene “di business”), non è una questione di luoghi ma di più coerenza e reali competenze. Questi templi dell’innovazione dovrebbero dotarsi di percorsi di accelerazione più autentici, tenuti da chi le cose le ha fatte e che soprattuto le sappia trasferire. Molti di questi contenitori(ma qui faccio riferimento a tutto il territorio nazionale) trasformano invece in mentor persone senza alcuna esperienza (spesso a titolo gratuito) in un’ambigua ottica di “Win-to-Win”: tu puoi mettere una cosa figa nel CV e io ho una risorsa (gratis) che mi tiene buoni i bambini all’asilo. Questo è un errore imperdonabile.
Infine e soprattutto occorre trovare il modo di far emergere una nuova cultura della collaborazione, nella quale condividere linguaggi (indicatori e obiettivi), riconoscere vantaggi reciproci di medio e lungo termine, favorire prospettive win-to-win per dispiegare tutto il potenziale dell’ecosistema.
La cultura della collaborazione è figlia di una cultura d’impresa più sana. Dovremmo imparare a camminare prima ancora di correre.
Queste sono le mie riflessioni sul report. Le stesse cose che probabilmente avrei espresso se fossi stato li con voi. La conclusione invece credo sia una: in un sistema che si presuppone debba crescere ad una velocità molto elevata, restare fermi equivale a regredire. Dobbiamo renderci conto che siamo molto più indietro di quanto ci raccontiamo, che siamo quasi tornati al via, come nella più sfortunate delle partite a Monopoli. Ciò nonostante credo che nulla è perduto e, come disse qualcuno prima di noi, ricominciamo ma – almeno questa volta – ricominciamo da tre.