Sapevate che il paese delle meraviglie si chiama Favara?

Sapevate che il paese delle meraviglie esiste? Sapevate che si chiama Favara? Avevo sentito parlare (e bene) di questo mondo fatato nel bel mezzo di una città silente e finalmente sabato scorso ho avuto modo di vederlo con i miei occhi. Favara è una città che sta(va) morendo, una città che cade(va) a pezzi, dimenticata dai suoi stessi abitanti.

Una volta giunto in città non credevo ai miei occhi, lo sconforto mi avvolgeva ed il primo pensiero è stato: «È questa la sesta città al mondo consigliata per il turismo legato all’arte contemporanea?». Favara non si presenta bene e, ad essere onesto, in quel momento ho borbottato un: «Beh… se questo è il contesto, qualunque cosa che abbia un colore diverso dal grigio qui è arte».

Arriviamo alla trattoria dove avremmo dovuto incontrare una ragazza che fa parte di questo collettivo di giovani talenti. Valentina è una ragazza che ti fa sentire a tuo agio dopo 3 minuti. Non smette mai di parlare e non smette mai di dire cose interessanti. Ci racconta gli ultimi tre anni di Favara, degli Artisti e del Castello.

Premetto che la trattoria dove abbiamo cenato era da oscar, quindi il piacevole chiacchiericcio era accompagnato da un primo di pesce fuori dal comune e da una cameriera assolutamente strampalata ma simpatica.

Tra una chiacchiera, un racconto e una risata si fa tardi… è arrivato il momento di guardare con i nostri occhi il paese delle meraviglie. Valentina ci avvisa che il posto non è lontano, così decidiamo di incamminarci a piedi. Erano le 11.00 di sera di un caldissimo sabato di agosto, intorno a noi il silenzio era interrotto dallo smarmittare di qualche motorino truccato come la peggiore prostituta su cui dei ragazzi con un linguaggio da lord inglesi si insultavano tra di loro.

Saranno passati si e no due minuti, e nonostante la luce fioca e arancione che proveniva dai lampioni che dondolavano tra i palazzi, la nostra attenzione viene catturata da un particolare… le strisce pedonali che si presentano davanti a noi non sono delle semplici strisce… sono parte di una epica scena di space invaders! Capiamo che è arrivato il momento di svoltare e… Benvenuti alla Farm.

Perché a Favara basta voltare l’angolo di una stradina del centro per essere catapultati in un altro luogo, in un altro tempo. Non credo ci sia una capitale europea paragonabile perché Farm è un universo a sé. Valentina è il perfetto cicerone e ci fa fare un giro molto dettagliato dei sette cortili-microcosmo che contengono le opere.

I sette cortili di Farm sono tutti colorati di bianco così come i palazzi intorno, di matrice tipicamente araba, anch’essi tutti colorati di bianco. Poi c’è l’arte che invade e pervade le viuzze, si affaccia alle finestre o pende dai balconi, urlando i colori, scuotendo coscienze. Tutto è arte in Farm… anche il bagno.

Ma non voglio parlarvi di arte perché non ne sono capace, voglio parlarvi del cambiamento.

La Farm è un esempio di cambiamento di cultura vera. È un posto aperto a tutti, dove nessuno ti guarda dall’alto in basso perché “non sei dell’ambiente” o perché “non sei un addetto ai lavori”. Tra le persone di Farm c’è la coscienza che il cambiamento ha bisogno di tempo per appartenere a tutti, soprattutto in una regione che, diciamoci la verità… è un po’ bigotta. Da noi “cambiamento” significa dover fare i conti con ogni tipo di ostruzionismo e insulto, dalla politica all’opinione pubblica per finire al ragazzino che non capisce la differenza tra un’opera e un giocattolo e tenta di distruggerla.

Tra i cortili di Farm nessuno giudica, si dialoga, si cerca di far capire che anche dietro uno strano uomo vestito in maniera bizzarra che si dimena in maniera imbarazzante c’è uno studio, qualcosa che magari non arriva subito ma che va rispettato.

E se non siete convinti che questo sia il cambiamento vi aggiungo una nota, forse una delle più importanti. Non ci sono soldi pubblici in Farm. Era il 2010 quandoAndrea Bartoli e la moglie Florinda Saieva, fondavano questo posto, senza chiedere niente a nessuno, mecenati del ventunesimo secolo. Si aggiunge presto un collettivo di architetti che si mettono a disposizione per “la messa in sicurezza del centro storico”. Poi arriva il collettivo FUN (Favara Urban Network), giovani volontari che dedicano il tempo libero (e non solo) per “rianimare il paese”, poi arrivano gli artisti che acquistano le case a Favara ed i CEO di grandi aziende estere che acquistano le case a Favara. Aprono alberghi e B&B, tornano ben quattro bar nella piazza principale, riapre il Castello che diventa anch’esso un concentrato di arte ed una deliziosa meta per il turismo. Favara vive.

Favara è un esempio della cultura del fare, la Farm è uno di quelli che amo chiamare Centri di Contagio della Nuova Sicilia.

Articolo scritto per CheFuturo il 25 agosto del 2013

Il Sud è morto. Viva il Sud.

Più che un post, è una lettera di risposta all’articolo di Riccardo Luna su Che Futuro dal titolo: Sud, gli innovatori possono davvero fermare il declino? Dimostriamolo.

Caro Riccardo,
sabato scorso, Antonio Perdichizzi ha rilanciato sui social un tuo articolo che reagiva al brusco risveglio che tutti noi abbiamo accusato dopo aver letto i drammatici dati Svimez. Ho criticato in maniera forse troppo dura l’articolo perché, come già detto, sono stanco di iniettarmi e farmi iniettare dosi di ottimismo per godere di uno sballo che dura poco.
Ma devo anche ammettere che il processo del racconto, della buona pratica, se pur drogato di entusiasmo, ha sicuramente educato ad una cultura d’impresa che non teme l’errore e che non demonizza il fallimento.

Come ben sai, ho portato anche io la bandiera del mezzogiorno per più di tre anni. Ero carico di ottimismo e raccontavo di una terra in cui l’assenza di tutto si trasformava in opportunità citando spesso un antico detto siciliano che dice “‘ndo paisi ill’orvi cu avi n’occhiu è re” ovvero “Nel paese dei ciechi chi ha un solo occhio è un re“.

Ho raccontato del Sud come un grande libro che narra di una terra meravigliosa e delle emozionanti pagine bianche tutte da scrivere che la mia generazione si è trovata davanti voltando pagina.

Ho raccontato del Sud di chi con impegno e sacrificio ha costruito qualcosa portandola avanti nonostante tutto.

Ho raccontato del Sud ricco di filantropi e visionari.

Ho raccontato del Sud delle comunità artistiche, della nuova agricoltura, del buon cibo e della sostenibilità.

Ho raccontato della mia “Italia al contrario” dove le buone pratiche dell’innovazione sociale proprio al sud trovano la loro migliore applicazione.

Lo hai fatto anche tu, lo ha fatto Antonio Perdichizzi nel mondo delle Startup e delle imprese, lo ha fatto Umberto di Maggio con Libera, Andrea Bartoli con FARM, Giulio Vita con la Guarimba, Roberto Covolo con ExFadda, Cristina Alga con Clac, lo hanno fatto e lo fanno ogni giorno in centinaia.

Lo abbiamo fatto, ognuno a suo modo. La cosa importante è che oggi possiamo fare i conti con i risultati: nel bene e nel male.

Prendiamo il caso dell’innovazione tecnologica.

Tu stesso hai pubblicato un libro che, da un lato, è stato d’ispirazione per alcuni aspiranti ingenui imprenditori – o come li abbiamo etichettati noi italiani: gli “sturtupper”- dall’altro ha rappresentato per alcuni una sorta di report leggibile degli “Stati Generali dell’Innovazione in Italia nel 2012”.  Il fatto che, due anni dopo, le poche realtà meridionali degne di essere citate siano – o quasi – le stesse contenute nel libro, ci fa capire che tutto questo volano di crescita abbia avuto troppi attriti ambientali e quella debole spinta abbia coinvolto solo pochi che, in buona o cattiva fede, hanno visto crescere se stessi ma nessun “territorio“. Un risultato parziale che ci vede in pareggio ma che rischia di vederci sfiancati nel secondo tempo.

Il fatto (tangibile) che, a differenza di dieci anni fa, un giovane neolaureato del Sud oggi pensi con più facilità di fare impresa, non lo traduco ancora in cambiamento. Sicuramente dieci anni fa non bastavano investimenti sotto i 50000 euro per fare impresa, ne occorrevano molti di più. Oggi fare impresa “sembra” essere più accessibile ma in realtà non è così e la longevità di tutte queste startup ne è la prova. Qualcuno ha mai quantificato il valore economico dei flop degli innovatori degli ultimi tre anni? Secondo me andrebbe fatto, giusto per capire la quantità e la qualità del danno economico e sociale provocato dal “fenomeno”. Abbiamo forse agito da attivatori di un processo, ma l’ambiente, che dovrebbe fungere da catalizzatore, da accelerante in realtà fa da inibitore.

Il risultato di tanto entusiasmo, a mio avviso, è un sistema economico costituito in parte da neo micro e piccole imprese totalmente drogato, un sistema che non fa che danneggiare l’intero territorio in cui questo pone le basi facendo focalizzare le risorse – sia microeconomiche che umane – su progetti che per colpe, non per forza legate al modello di business, rischiano di essere senza futuro, senza visioni lucide. Fare impresa non può essere l’alternativa alla disoccupazione: non tutti sono in grado di essere imprenditori allo stesso modo in cui non tutti possono essere architetti o cuochi o astronauti.

Ma torniamo al nostro Sud.
Se qualcuno diceva ironicamente che “fare impresa è un’impresa“, posso confermarti che fare impresa nel Mezzogiorno oggi è proprio un atto eroico.

I dati Svimez, per noi che al Sud ci viviamo, non sono allarmanti: sono solo una dura e amara presa di coscienza, un confronto con la metrica greca che ci fa sprofondare ancora più giù.
Per come ci siamo svegliati sabato mattina, sembra quasi si possa parlare di “emergenza Mezzogiorno“. Un’emergenza è un evento con un inizio perfettamente identificabile e con una prospettiva di fine abbastanza prossima.
Noi stiamo parlando di un processo che dura da decenni, di un immobilismo politico, ciclico, professato da tutti i governi – di destra e di sinistra – che si sono susseguiti sia a livello nazionale ma soprattutto regionale.

Gli ultimi, quelli correnti, sono forse i peggiori.

Concordo in pieno con quanto dice Francesco Tassone, lasciamo da parte l’orgoglio e, per primi noi terroni, prendiamo il Sud per quello che è: “un’area geografica fortemente sottosviluppata“.

Per questo #ilsudsiamonoi mi offenderebbe. Non ci serve un momento di solidarietà e di sdegno alla #jesuischarlie da dimenticare con la prossima prima pagina (lo dimostra il fatto che il caos di Fiumicino sia la vera notizia della giornata di ieri). Non ci servono le immagini di profilo su FB con la trinacria al posto di quella greca. Serve solo che ci sia data la possibilità di recuperare le conseguenze di una colpa che non ci appartiene, di dimostrare che siamo e generiamo valore esattamente come qualsiasi altro italiano.

A differenza di quanto possa sembrare dalle mie parole, non ho smesso di crederci, continuerò a portare la bandiera del Sud, continuerò a raccontarla, ma in maniera diversa, meno entusiasta e più analitica. Credo sia arrivato il momento di alzare l’asticella della complessità, di cominciare a pensare in modo più analitico.

Quello che è stato fatto ha generato qualcosa ma purtroppo è chiaro che non basta

Un “racconto” può risultare uno sterile input se non siamo in grado di permettere agli output di sopravvivere.
Pensiamo atti concreti, eseguiamo analisi complete e trasparenti, coinvolgiamo e partecipiamo.
Invece di celebrare i casi “vincenti” dovremmo provare ad analizzare con cura cosa ha funzionato e cosa no per ognuno di loro, ricordandoci sempre che questa non è l’America, non è la Silicon Valley e che questo “non è un paese per innovatori” solo perché qualcuno ci sta negando il fatto che possa diventarlo. 

Abbiamo identificato il punto zero. Cominciamo da qui.

Chi vive qui non ha bisogno di capire cosa serve, lo sa già. Sono le stesse cose che suggeriva Tassone nel suo post: “Detassazione, deregolamentazione, decontribuzione e massicci investimenti in infrastrutture soprattutto materiali (strade, porti, reti di distribuzione etc.), meritocrazia attraverso il licenziamento degli incompetenti che siedono in posti da mega dirigenti.”

Secondo me è arrivato il momento di spegnere la “giostra” degli innovatori, farli diventare protagonisti del cambiamento di tutti, farli pensare a politiche reali per fare la differenza. Ma tutto questo, come sottolineava giustamente Saviano nella sua lettera al Presidente del Consiglio, dobbiamo farlo presto.

Tra promesse, false partenze e strade in salita i Siciliani tornano al via.

Il Ministro Delrio a Catania oggi dichiara: “Dobbiamo recuperare un gap di decine di anni“. (fonte Ansa)
Io aggiungo: “Si, ma se li recuperiamo in trenta di anni non risolviamo tanto“.

Altro proclama “Ricordo spesso che abbiamo oltre 4 miliardi e 300 milioni già stanziati per l’alta velocità in Sicilia” ma aggiunge “Se mi chiedono se potranno prenderla il prossimo anno, la mia risposta é no perché dobbiamo dire la verità ma siamo impegnati ad aprire al più presto i cantieri“.

Grazie per l’onestà ma nel frattempo nel Regno delle due Sicilie (letteralmente visto che attualmente è spezzata in due) viviamo una situazione di disagio costante che sta penalizzando non solo a livello economico ma anche sociale gli abitanti dell’isola.

Al caro ministro Delrio, che forse in fondo un po’ mi piace, una visione d’insieme non farebbe male.

Strade e Autostrade.
Governo nazionale e regionale non sono riusciti a rispondere ad un reale “stato di emergenza” per la mobilità sull’asse PA-CT.  Adesso “promettono” reazioni veloci e Delrio garantisce che entro inizio agosto consegneranno la bretella. Il problema comunque non si risolve nella sua interezza. La bretella è un tampone, a noi serve l’autostrada CT-PA che comunque è pericolosa nella sua totalità, così come lo sono molte strade statali super trafficate come la Catania-Gela, la Agrigento-Palermo o la Agrigento-Trapani. Forse un’alternativa al traffico gommato potrebbe ridurre il numero di morti.

Ferrovie.
Sulla tratta ferroviaria Delrio aggiunge “Abbiamo potenziato con la Regione il servizio ferroviario“. Vero, peccato che le infrastrutture siano talmente vecchie da subire il disallineamento dei binari nelle giornate più calde. Quindi treni fermi e gente costretta ad aspettare oltre 4 ore per tornare a casa (fonte GdS)
Abbiamo bisogno “ieri” di una rete ferroviaria decente. Ci sono stati tolti i treni a lunga percorrenza (fonte GdS). Oggi, un siciliano non può più raggiungere il nord in treno ma deve scendere a Messina, traghettare a piedi e poi ripartire da Reggio Calabria. Lo stesso vale per la tratta inversa. Un calvario vissuto anche da tutte le persone anziane e/o non in perfette condizioni fisiche che non possono viaggiare in aereo per motivi di salute o dai turisti (con le loro valigie ed i loro bambini) che sono più a Sud di Napoli (ultima tratta utile in aereo).

Aerei.
La mancanza di alternative si traduce in una fluttuazione incontrollata dei costi per chi viaggia in aereo. Al primo accenno di disagio,  basti pensare all’esposto di Bianco all’Enac dello scorso maggio a seguito dell’incendio a Fiumicino (fonte Meridionews), i prezzi schizzano a livelli stellari e chi non può rimane a casa. Se a questo aggiungiamo altre furbate delle compagnie aeree il disagio diventa dramma (Carnet di voli non spendibili da e per la Sicilia nel mese di agosto).

E non me la sento di approfondire su quanto tutto questo sia penalizzante tutto questo per chi, come me, si ostina a fare impresa in Sicilia. Lascio spazio alla vostra immaginazione.

In conclusione mentre Renzi salva la Grecia e Crocetta è concentrato a difendere la sua posizione personale e politica la carretta del mare chiamata Sicilia va alla deriva. 

Ma il teatrino non si ferma qui.

Nel frattempo l’opposizione del M5S con il suo attivismo sociopolitico giusto oggi (e vedi che tempismo!) promette l’inaugurazione della sua bretella entro una settimana. Una bretella che è stata bocciata dal commissario nominato dal Governo perché pericolosa (fonte Meridionews) a causa della pendenza media del 15% con picchi del 25% su pavimentazione fatta di un conglomerato di filler, sabbia e pietrisco. Ma loro (probabilmente) urlano al complotto e vanno avanti. Vista la pericolosità (in parte riconosciuta anche dal M5S) il traffico non è consentito ai mezzi pensanti e a due ruote ed inoltre la velocità massima consentita è 20km/h. Il mio tachimetro segna 20km/h quando l’auto è posteggiata ma considerando che si tratta solo di 1,5km penso che la cosa sia accettabile.

Il progetto è costato 360mila euro, di cui 300mila sono stati finanziati dal taglio degli stipendi da parte dei deputati regionali del Movimento cinque stelle. Gli altri 60mila vanno trovati attraverso donazioni. «Finora ne abbiamo raccolti 5mila – precisa Giannopolo – ma altri 15mila arriveranno dalle sponsorizzazioni di Mediolanum, Enel green power e alcune banche del credito cooperativo, il Comune metterà altri 5mila euro” (fonte Meridionews)

Una piccola nota stonata: Mediolanum che sponsorizza un’operazione del M5S mi fa proprio sorridere. Non invidio colui che avrà dato la notizia al cavaliere e alla sua quota forzata < 10% della banca da lui stesso fondata.

Un’operazione lodevole quella dei pentastellati sulla quale però rimangono molti dubbi personali.

Il primo è di tipo romantico: per un amante della Sicilia come me, ricoprire di simil-calcestruzzo una regia trazzera è un delitto. Andrebbero recuperate perché raccontano una storia antica. Considerate che la definizione di Regia Trazzera (intesa come caratteristiche di una trazzera per essere regia) risale ai tempi dell’imperatore Federico. (Per chi volesse approfondire)

La seconda è più pratica: una strada con una pendenza del 25% in agosto ed in condizioni di traffico sostenuto non è potenzialmente pericolosa è da evitare come la peste. Pensate al buon odore misto di frizione bruciata e gas di scarico che sentirete entrare dai vostri finestrini in caso di code nelle ore di punta (pare ci saranno almeno due semafori). Ma queste sono supposizioni personali fatte da uno che in più odia le salite.

Per concludere, secondo i due cronogrammi, la prima settimana di agosto i siciliani potrebbero avere ben due alternative al viadotto Himera. Se Delrio dovesse mantenere la promessa sarebbe una bella sberla ai 360000 euro spesi quasi inutilmente dal movimento.

In tutta questa battaglia pseudopolitica di attivismo, di promesse e di false partenze. L’unica certezza è che la Regia Trazzera dei grillini sia la metafora che rappresenta in pieno lo stato della mobilità in Sicilia. Una lunga salita, provvisoria e pericolosa, con qualche stop qua e la che alla fine ci porterà dove eravamo prima: sulla vecchia e pericolante autostrada PA-CT.

Il sud e le infrastrutture: qualcosa di impopolare.

Dentro il vagone di un treno regionale veloce – anche se veloce è una parola grossa – che mi sta accompagnando da Roma a Perugia credo ci siano 30°. Un caldo infernale soprattuto se rapportato all’aria frizzantina delle 8 del mattino di una primavera che non ne vuole sapere di arrivare. Eppure siamo qui dentro, in tanti e senza lamentarci.
Mi piacerebbe dire – viste le poche ore di sonno in corpo – che ci sia un religioso silenzio, in realtà di religioso qui c’è tanto ma di silenzio ben poco.
Il vagone è pieno di fedeli in viaggio verso Assisi e poi ci sono io, che in mezzo a tanta religiosità mi sento come una bestemmia che riecheggia in eterno, che proseguirò il mio viaggio fermandomi due fermate più in la in direzione del Festival del Giornalismo di Perugia.
Ma a prescindere dalla nostra destinazione, io ed i miei “fedeli” compagni di viaggio, percorreremo insieme 180km in 2 ore e 40 min, un sacco di tempo per una tratta così breve.
Il treno è quasi pieno, non ci sono quasi più posti a sedere ed oltre al caldo c’è anche un nauseante odore di gasolio e pelle sintetica nel frattempo sul pavimento giacciono – chissà da quando – frammenti di colazioni passate che aspettano di riprendere vita. Mentre vi scrivo il sole si alza e so bene che tra un po’ il caldo diventerà ancora più asfissiante tanto da costringermi ad unirmi alla preghiera dei miei compagni sperando che spengano presto questi maledetti riscaldamenti.
Vi racconto di un treno sporco (almeno il mio, so che c’è chi ha viaggiato negli stessi giorni e sulla stessa tratta su treni puliti), lento, rumoroso con condizioni ambientali al sapore di tortura ma comunque pieno di gente. Gente che, come me, ha pagato una cifra intorno ai 12 euro per arrivare a destinazione, armata di libri, giornali, smartphone, tablet e tantissime bibbie per ammazzare il tempo.
Quando ieri sera ho capito che non avrei potuto prendere il treno delle 6 – sarà che vado verso i 40, fatto sta che ogni anno la mia necessità di sonno aumenta di una piccola percentuale –  ho avuto la possibilità di scegliere tra una decina di alternative. Ho scelto la più comoda: nessun cambio e tempi di percorrenza digeribili.
In definitiva, nessuna condizione ottimale, ci sarebbe tanto da migliorare ma spostarsi verso le “aree interne” del centro non è un delitto, magari può un po’ mortificare l’utenza se rapportata alle frecce di Trenitalia ma alla fine scegli il mezzo che preferisci, scegli l’orario più comodo e vai.
In questi giorni in Sicilia non si fa altro che parlare di infrastrutture e di una regione tagliata in due dalla caduta di un ponte.
In un momento in cui i numeri della crisi citano in giudizio il Sud urlando “Vergogna”, la beffa è arrivata e senza un briciolo di rimorso ha dissotterrato le prove di anni di incuria e menefreghismo aprendo la strada a populismo e propaganda. Partono i proclami e le promesse da parte di sindaci e governanti: “porteremo tratte aeree interne in Sicilia”.
Una soluzione veramente saggia – sarcasmo. Peccato che ci avesse già pensato anni fa Air Sicilia – compagnia aerea poi fallita – che a sue spese era arrivata alla conclusione che fosse una “la stronzata del secolo” (cito letteralmente le parole del fondatore di Air Sicilia) in quanto gli utenti (in media 2 per tratta) respingevano l’offerta in quanto erano costretti a spendere più di 3 ore del loro tempo tra navette, checkin, recupero bagagli, imbarchi, etc… il tutto per fare fronte a 20 minuti di volo.
Nel frattempo sui social, leggo amici osannare i nuovi treni di Trenitalia che accompagnano i pendolari tra le due metropoli siciliane: “finalmente un treno collega Catania a Palermo, gente felice che chiacchiera e si confronta…”. Tralasciando il mio pensiero personale per cui non credo che un treno abbia mai fatto felice nessuno, mi vorrei soffermare più sulla parola “finalmente”.
Anche il treno Catania-Palermo in realtà c’è sempre stato solo che non lo prendeva nessuno. Pochi mesi fa, Regione Sicilia e Trenitalia avevano deciso di dismettere quella linea e per raggiungere in treno Palermo da Catania dovevi effettuare un cambio a Messina impiegando ben 6 ore (più o meno come nel tanta aereo). Da quel momento quei pochi che utilizzavano il treno sono passati all’unica alternativa possibile: il trasporto gommato delle varie compagnie siciliane delle quali (credo) nessuna a partecipazione pubblica che ogni ora attraversavano la tanto discussa A19.
Ma torniamo ai nostri treni: l’unica vera novità a rotaie è che il treno è un Minuetto (sicuramente più dignitoso delle carrette del primo dopoguerra usate fino a pochi mesi prima) che non fa fermate intermedie: in pratica una versione depotenziata del freccia rossa che potremmo definire ironicamente “FLECCIA ROSSA” così come si chiamava in dialetto la fionda autocostruita con cui giocavamo da bambini. (http://scn.wikipedia.org/wiki/Fleccia). Ovviamente le cose – che siano belle o brutte – in Sicilia si fanno a metà e ancora una volta Regione e Trenitalia hanno dimensionato male il treno che in realtà non riesce a gestire il numero di utenza così da costringere molti a viaggiare in piedi per 3 ore. Ma a questo si fa fronte in maniera semplice. Aggiungi un paio di vagoni e via.
Il mezzogiorno tutto e non solo la Sicilia hanno un grave problema legato alle infrastrutture e diversi studi hanno teorizzato che ci sia un reale volere politico ed economico nel mantenere questo disagio.
C’è infatti chi sostiene la tesi politica: il Mezzogiorno è un bacino di voti, lasciamoli nel disagio e poi scendiamo giù al momento delle elezioni carichi di promesse.
C’è chi sostiene la teoria che il Sud sia il Bancomat del Nord; teoria secondo cui l’intera economia dei consumi si fonda su una parte che deve produrre ed una parte che deve solo consumare. L’economista Paolo Savona in uno studio pubblicato sulla rivista Terra dichiara che su 100 € di spesa fatta dai cittadini residenti nelle regioni del Sud, ben 72 € sono di beni e servizi di aziende con sede legale al Nord. Tesi che trova valore nei problemi ci collegamento tra le aree del sud per cui per raggiungere in treno Trapani si impiega lo stesso tempo che si parta da Ragusa o da Roma: circa 15 ore.
Non credo ci sia bisogno di super economisti per capire come questo si ripercuota sull’economia locale.
Ma il motivo del mio post e del mio sfogo non era quello di addentrarmi in colorite teorie fatte di numeri, equazioni e previsioni, ma quello di rivolgere una domanda ai miei conterranei:
A fronte di quanto elencato prima, in un momento in cui – vuoi per moda o per reale sensibilità – si comincia anche in Sicilia a fare fronte al problema della mobilità sostenibile, siamo sicuri che il reale problema sia l’assenza di “alternative”?
Prima di puntare il dito contro i governi e le amministrazioni pubbliche – che hanno comunque un’assoluta responsabilità nel disastro che ci sta inghiottendo – dovremmo chiederci se saremmo veramente disposti a frugare nelle tasche dei nostri pantaloni o dentro le nostre enormi borse, prendere le chiavi delle nostre auto e posarle sul comodino all’ingresso prima di uscire da casa.